Commento – Tribunale ordinario di Rimini, Sez. unica civile, dott. Luigi La Battaglia, R.G. 4372/2013

Tribunale ordinario di Rimini, Sez. unica civile, dott. Luigi La Battaglia, R.G. 4372/2013

“Per ottenere il risarcimento ex art. 15 non è sufficiente, pertanto, la (mera) violazione delle norme del Codice, e non è sufficiente neppure la lesione (in sé) di un diritto della personalità dell’interessato. È necessario, invero, allegare e provare (eventualmente anche per mezzo di presunzioni ex art. 2729 cc), un concreto pregiudizio alla sfera personale / relazionale del danneggiato, generalmente atteggiantesi in guisa di sofferenza interiore ovvero di alterazione peggiorativa di pregresse abitudini di vita. E questo pregiudizio deve essere anche grave e serio, onde rispettare l’ulteriore “filtro” di risarcibilità delineato dalle sentenze delle Sezioni Unite (sopra richiamate)”.

Commento

A. Freda

In sintesi, la vicenda.

Un avvocato veniva a sapere che, in assenza di un preventivo sollecito di pagamento di una cartella esattoriale, l’ente per la riscossione dei tributi aveva chiesto, ex art. 75 bis D.P.R. n. 602/1973, informazioni ad alcuni suoi clienti circa i crediti vantati nei loro confronti dal professionista[1].

Il Tribunale riteneva eccessivo l’invio delle richieste di dichiarazione stragiudiziale, tra le altre, per l’ammontare estremamente contenuto del credito e per la qualità soggettiva del debitore, il quale aveva dichiarato si fosse trattato di una mera dimenticanza, ricostruzione rafforzata da circostanze in concreto provate, idonee a  [in grado di dimostrare] la sua volontà di estinguere l’obbligazione.

Al Tribunale veniva chiesto di affrontare il tema della ristorabilità del danno non patrimoniale conseguente alla violazione delle norme poste a tutela della riservatezza.

All’esito del giudizio, il Tribunale non riconosceva la sussistenza di un danno non patrimoniale, invocato dall’avvocato, per illecito trattamento dei dati personali[2] correlato agli effetti deteriori che la diffusione del dato personale avrebbe avuto all’interno della propria clientela, ma unicamente il pregiudizio per il disappunto conseguente all’ aver appreso che ad alcuni suoi clienti [era] fosse stata inviata quella lettera in relazione ad un credito di esiguo importo[3]. Il professionista non aveva, infatti, provato la perdita dei clienti a causa del contegno dell’ente e neppure allegato alcuna circostanza che consentisse di apprezzare un peggioramento nella propria sfera economica, in particolare con riferimento alla sua onorabilità di professionista e, dunque, di detrimento nel venire in essere di [rapporti professionali] relazioni proficue con la clientela. Il Tribunale, pertanto, liquidava equitativamente il danno nella misura di euro 4.500.

Inquadramento.

I pregiudizi non patrimoniali derivanti dal trattamento illecito di dati personali derivano dalla lesione dei diritti inviolabili della persona, quali riservatezza, identità personale, onore, reputazione.

L’art. 15 D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196 stabilisce che i danni cagionati per effetto del trattamento dei dati personali sono assoggettati alla disciplina di cui all’art. 2050 cc, con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati, mentre spetta al convenuto la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno[4].

Al riguardo, parte della dottrina ritiene che si tratti di un’attività pericolosa, proprio per il riferimento all’art. 2050 cc che disciplina la responsabilità per l’esercizio di attività pericolose[5]. Da ciò conseguirebbe l’applicazione di un regime probatorio derogatorio rispetto a quello tradizionale, previsto dall’art. 2043 cc.: in capo al danneggiante sussisterebbe una presunzione di responsabilità e graverebbe la prova liberatoria di aver tenuto un comportamento diligente nonché di aver adottato tutte le misure preventive idonee ad evitare il danno. Tale orientamento dottrinale rinviene una pericolosità ex se nel trattamento dei dati personali.

Di contro, altra parte della dottrina, suffragata dalla maggiore e più recente giurisprudenza, ritiene che il trattamento dei dati personali non costituisca attività intrinsecamente pericolosa, ma possa diventarlo solo a seguito di una condotta colpevole che cagioni danni alla persona fisica o giuridica cui i dati si riferiscano. Pertanto, il riferimento al 2050 c.c. avrebbe l’unico valore di indicare l’inversione dell’onere della prova[6].

La giurisprudenza di legittimità, con la pronuncia n. 16133 del 2014 ha espresso il seguente principio di diritto “Il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art. 15 del d.lgs. 30 giugno 2003 n. 196 (cd. codice della privacy) non si sottrae alla verifica di gravità della lesione (concernente il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali, quale intimamente legato ai diritti ed alle libertà indicate dall’art. 2 del codice, convergenti tutti funzionalmente alla tutela piena della persona umana e della sua dignità) e di serietà del danno (quale perdita di natura personale effettivamente patita dall’interessato), che, in linea generale, si richiede in applicazione dell’art. 2059 cc nelle ipotesi di pregiudizio inferto ai diritti inviolabili previsti in Costituzione. Ciò in quanto, anche nella fattispecie di danno non patrimoniale di cui al citato art. 15, opera il bilanciamento (siccome pienamente consentito all’interprete dal modo in cui si è realizzata nello specifico l’interpositio legislatoris) del diritto tutelato da detta disposizione con il principio di solidarietà – di cui il principio di tolleranza è intrinseco precipitato -, il quale, nella sua immanente configurazione, costituisce il punto di mediazione che permette all’ordinamento di salvaguardare il diritto del singolo nell’ambito di una concreta comunità di persone che deve affrontare i costi di una esistenza collettiva. L’accertamento di fatto rimesso, a tal fine, al giudice di merito, in forza di previe allegazioni e di coerenti istanze istruttorie di parte, dovrà essere ancorato alla concretezza della vicenda materiale portata alla cognizione giudiziale ed al suo essere maturata in un dato contesto temporale e sociale, dovendo l’indagine, illuminata dal bilanciamento anzidetto, proiettarsi sugli aspetti contingenti dell’offesa e sulla singolarità delle perdite personali verificatesi. Un siffatto accertamento, che ove l’offesa non superi la soglia di minima tollerabilità o il danno sia futile, può condurre anche ad escludere la possibilità di somministrare il risarcimento del danno, è come tale sottratto al sindacato di legittimità se congruamente motivato[7].

Il giudice riminese, riscontrata la sussistenza contestuale di solo due dei tre criteri di risarcibilità del danno non patrimoniale contemplati dalle sentenze delle Sez. Unite 26972/26973/26974 e 26975 del novembre 2008[8], ovvero la previsione di legge ordinaria (art. 15 co.2 del cd. Codice della Privacy) e la lesione di un diritto inviolabile della persona costituzionalmente garantito (ricondotto all’art. 2 della Cost. o all’art. 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea), ha deciso in conformità al sopra riportato precedente, per il quale, al fine dell’ottenimento del risarcimento ex art. 15 non è sufficiente la mera violazione delle norme del Codice e neppure la lesione in sé di un diritto della personalità dell’interessato ma è necessario allegare e provare, anche per mezzo di presunzioni, un concreto pregiudizio alla sfera personale e / o relazionale del danneggiato e che questo pregiudizio sia anche serio e grave.

In continuità con quanto chiarito dalle Sezioni Unite nel 2008, la già riportata pronuncia della Cassazione n. 16133 del 15.7.2014 aveva premesso che “nella sua attuale ontologia giuridica il danno risarcibile non si identifica con la lesione dell’interesse tutelato dall’ordinamento, ma con le conseguenze di tale lesione”, ed aveva puntualizzato che “gravità della lesione e serietà del danno sono connotazioni logicamente indipendenti dalla selezione (legislativa o giudiziale) del diritto / interesse giuridicamente rilevante e suscettibile di tutela aquiliana ai sensi del 2059 cc., nel senso che esse presuppongono che tale selezione sia già avvenuta”. I giudici di legittimità avevano osservato che “la norma dell’art. 15, prevedendo espressamente come risarcibile il danno non patrimoniale, lascia impregiudicato il profilo della sussistenza o meno, di una perdita non patrimoniale effettivamente subita dal danneggiato, non esibendo ulteriori indici significativi dai quali possa evincersi che l’interpositio legislatoris sia giunta a configurare un danno in re ipsa”.

Da quanto sopra si evince che il danno non patrimoniale non si sottrae alla verifica relativa alla gravità della lesione e alla serietà del danno, richiesta, in linea generale, in applicazione dell’art. 2059 cc, per il quale è necessario che venga superata la soglia di risarcibilità[9]. L’accertamento, rimesso al giudice del merito, dovrà essere condotto attraverso un bilanciamento tra il diritto tutelato dall’art. 15 d.lgs. 196/2003 e il principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost.[10].

Gli elementi costitutivi della struttura dell’illecito civile, ricavabili dall’art. 2043 cc consistono nella condotta, nel nesso causale tra condotta ed evento di danno ingiusto, e nel danno conseguenza. L’art. 2059 cc andrebbe ricondotto nell’alveo dell’art. 2043. Adottando una lettura costituzionalmente orientata, l’art. 2059 cc sarebbe una norma di rinvio ai casi previsti dalla legge ovvero ai diritti costituzionali inviolabili presidiati dalla tutela minima risarcitoria, con la precisazione che la risarcibilità del pregiudizio non patrimoniale presupporrebbe altresì che la lesione sia grave e che il danno non sia futile.

La lesione, affinché possa essere qualificata come grave, deve superare la soglia minima di tollerabilità imposta dai doveri di solidarietà sociale e non dunque ingenerare il pretesto per una responsabilità risarcitoria non causalmente giustificata, che si risolverebbe, dunque in un arricchimento sine titulo: deve cioè incidere il [La lesione incide sul] diritto selezionato dal legislatore come meritevole di tutela, e la sua [portata] latitudine si riflette [sull’] sul concreto manifestarsi dell’ingiustizia del danno. La serietà del danno non deve consistere in meri disagi o fastidi, ma si sostanzia nell’effettività della perdita subita. La conseguenza è che il danno non patrimoniale può essere risarcito solamente quando sia superato il livello di tollerabilità e il pregiudizio non sia futile[11].

 

Bibliografia:

 

Acciai, Il diritto alla protezione dei dati personali: la disciplina sulla privacy alla luce del nuovo Codice, Rimini, 2004; Bianca, Diritto civile, 5, La responsabilità, Milano, 1997, 166; Cassano, Fadda, Codice in materia di protezione dei dati personali, Milano, 2004; Cocuccio, Il diritto all’oblio fra tutela della riservatezza e diritto all’informazione, in Diritto di Famiglia e delle Persone (Il), 2015, 744 ss.; Colonna, Il sistema della responsabilità civile da trattamento dei dati personali, in Pardolesi (a cura di), Diritto alla riservatezza e circolazione dei dati personali, 2 vol., Milano, 2003, vol. II. 1; Comandè, Commento sub art. 15, in Bianca e Busnelli (a cura di), La protezione dei dati personali. Commentario al D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, Padova, 2007, 362; Ferola, Dal diritto all’oblio al diritto alla memoria sul web. L’esperienza applicativa italiana, in Dir. Inform. e infor., 2012, 1001 ss.; Finocchiaro, Identità personale (diritto alla), in Dig. disc. priv., Agg., Torino, 2010, 721 ss.; Finocchiaro, Identità personale su internet: il diritto alla contestualizzazione dell’informazione, in Dir. Informatica, 2012, 392; Foffa, Caso Vieri: quanto vale la lesione della privacy, in Danno e resp., 2013, 51; Garibotti, La quantificazione del danno non patrimoniale da lesione della privacy di un calciatore, in Danno e resp., 2013, 309; Lucchini Guastalla, Trattamento dei dati personali e danno alla riservatezza, in Resp. civ. e prev., 2003, 6; Navarretta, Commento sub art. 29 comma 9, in Bianca – Busnelli (a cura di), Tutela della “privacy”, in Nuove leggi civ. comm., 1999; Peron, Sul risarcimento del danno non patrimoniale da violazione della privacy, in Resp. civ. prev., 2013, 1, 229; Rodotà, Privacy e costruzione della sfera privata, ipotesi e prospettive, in Pol. dir.,1991, 566 ss.

[1] L’art. 75 bis D.P.R. 602/73 (modificato dal D.L. 262/06 conv. in L. 286/06) Dichiarazione stragiudiziale di terzo, prevede, infatti, che l’agente della riscossione anche simultaneamente all’adozione delle azioni esecutive e cautelari, può chiedere a soggetti terzi, debitori del soggetto che è iscritto a ruolo o dei coobbligati, prima di procedere al pignoramento presso terzi, di indicare per iscritto, ove possibile in modo dettagliato, le cose e le somme da loro dovute al creditore.

[2] Danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali (a proposito della richiesta stragiudiziale dell’ente di riscossione ai clienti debitori del professionista iscritto a ruolo), in Diritto Civile contemporaneo, www.dirittocivilecontemporaneo.com, gennaio 2017.

[3] In questo senso anche Cass. civ., n. 10527 del 2011 e n. 22100 del 2013.

[4] Cass. civ., sez. I, 3 settembre 2015 n. 17547; Cass. civ., sez. VI, 5 settembre 2014 n. 18812.

[5] M. Paladini, La responsabilità per violazione delle norme sul trattamento dei dati personali, in WikiJus www.e-glossa.it, 2015 , l’Autore ricorda che tale orientamento dottrinale è seguito dalle seguenti pronunce: Cass. civ., sez. III, 2468/09; 1608/2014; 24986/2014.

[6] Così anche Cass., sez. III civile, 26 giugno 2012 n. 10646.

[7] Cass. civ., n. 16133 del 15 luglio 2014, che pone così dei limiti al comma secondo dell’art. 15 summenzionato.

[8] Vengono così ribaditi i principi espressi dalle Sezioni Unite del 2008 secondo cui il danno non patrimoniale si sostanzia in una categoria ampia e onnicomprensiva, all’interno della quale è possibile ritagliare ulteriori sottocategorie soltanto a livello descrittivo.

[9] V. Lo Voi, Il danno non patrimoniale per violazione della privacy richiede la verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno”, Diritto Civile contemporaneo, luglio / settembre 2014, commento a Cass. civ., sez. III, sentenza 15 luglio 2014 n. 16133.

[10] Cass. civ., 12 febbraio 2013 n. 4043 e 25 maggio 2011 n. 11609. Il principio di tolleranza, ponendosi come base della convivenza sociale, costituisce un punto di mediazione che consente di salvaguardare il diritto del singolo nell’ambito della collettività; esso, pur non giustificando la necessità di un apparato di tutela dei diritti inviolabili, ne sorregge l’operatività.

[11] Cass. civile, sez. III, sentenza 27 gennaio 2014 n. 1608.

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